IR0PS Polo Sud italiano, esperienza a Baia di Terranova. (II parte)

IR0PS Polo Sud italiano, esperienza a Baia di Terranova. (II parte)

Riprendiamo la chiacchierata con Michele IK7JGQ da dove l’avevamo lasciata nella scorsa puntata:

F: Come avvengono i trasporti di materiali e persone?

M: Essenzialmente in due modi: via aerea e via mare.

La via aerea è di sicuro la più veloce e preferita, si usano i C130 solo quando la pista, fatta di ghiaccio, ha una certo tipo di consistenza. Dunque necessariamente si ha la necessità  di controllare la pista, serve una profondità  del ghiaccio di circa 3m, si fanno dei carotaggi per verificare la durata della pista. Nel momento di maggiore tenuta di usano i C130 che garantiscono grandi volumi di carico; successivamente la temperatura si alza e lo spessore dei ghiacci diminuisce, e dunque si ricorre all’uso di aerei più leggeri, i Twin Otter. Si arriva però al punto di non poter usare neppure questi aerei più piccoli. Per cui si parcheggiano gli aerei e i trasporti continuano con gli elicotteri.

F: Ma di certo il volume di carico di un C130 non si può confrontare con le limitate possibilità  dei Twin Otter e degli elicotteri. Gli aerei cargo provenivano dall’Italia?

M: No i C130 provenivano dalla Nuova Zelanda e all’epoca appartenevano ad una società  sudafricana. Ed erano anche modelli particolari perché erano attrezzati anche per il trasporto personale con le poltroncine.

Poi quando il ghiaccio comincia un po’ a spaccarsi prendono avvio le operazioni per far entrare in Baia di Terranova la nave Italica, che arriva scarica sulla banchisa. La nave Italica non è un puro rompighiaccio, bensì un cargo rinforzato, allora sussiste di fatto un gentleman agreement con un rompighiaccio che fa delle crociere in Antartide. Quest’anno c’è anche un problema: il Kapitan Khlebnikov è rimasto bloccato mentre faceva una crociera. Questo rompighiaccio è un comandato da un gran personaggio che fa la grande cortesia di dare la “mazzata finale” ai ghiacci per permettere all’Italica l’entrata nella Baia.

Affascinante questo momento! Si rimane incantati a vedere la rincorsa del Kapitan Khlebnikov fino a quando entra nella Baia frastagliando i ghiacci spianando la strada all’Italica. Dopo si provvede ad ancorare la nave italiana incastrandola nei ghiacci. Poi si carica l’Italica con i camion, con un certo rischio però, in effetti è capitato nella storia che un camion sia caduto in mare e pare che per fortuna il conducente sia stato salvato.

F:Bene abbiamo parlato del contorno nel quale è inserita la base di Baia di Terranova. Vogliamo parlare ora della vita all’interno della base?

M: Possiamo paragonare sotto certi aspetti la vita in base alla vita su una nave perché di fatto si passa la maggior parte del tempo chiusi in base. Anche se in verità  lì era estate per cui fuori c’era il sole, esponendosi si percepiva il calore del sole, anzi bisogna stare attenti. Perché c’è una certa rarefazione e i raggi solari sono piuttosto diretti e pericolosi, infatti una delle più diffuse patologie era proprio la congiuntivite attinica, dovuta ai raggi solari. Si usavano occhiali con altissime capacità  di filtro.

F: Come e da chi viene gestita l’attività  della Base italiana in Antartide?

M: A capo di tutto c’è il progetto nazionale ricerche in Antartide (PNRA), che è di fatto un consorzio tra ENEA, Università  e CNR. Con il concorso, prettamente logistico, delle forze armate. Normalmente la Base viene diretta dall’ENEA, mentre la nave viene diretta dal CNR.

L’ENEA dimostra una gestione di tipo più imprenditoriale, cantieristico, in effetti l’ENEA è un grosso ente che era nato per l’energia atomica e che dopo il blocco imposto dal referendum popolare si dovette riconvertire.

Il CNR, invece, sfrutta già  l’autonomia logistica della nave Italica, con un proprio comandante e un proprio equipaggio, per cui certe problematiche logistiche erano già  risolte dalla presenza di una organizzazione già  presente a bordo.

F: Questo è un bell’argomento, nella Base era più avvertita una certa gerarchia?

M: Certamente nella Base un ingegnere capo può essere più soggetto ad avere un vincolo con l’elettricista o il fabbro piuttosto che con lo scienziato, tecnico o professionista. Quindi nella Base eravamo un pò più sotto schiaffo, anche per colpa di una non perfetta organizzazione tecnica, avevamo molti problemi sui progetti degli impianti, c’era di fatto una troppa artigianalità .

F: E in questo ambiente immagino poche possibilità  per un radioamatore….

M: Il radioamatore non era visto bene! Perché si badava di più ad un discorso cantieristico. Dal punto di vista delle telecomunicazioni si era abituati ad avere la cosiddetta “pappa pronta”, non creandosi minimamente il problema di chi avesse permesso tutto ciò. Non ponendosi neppure il problema delle riserve, ovvero delle possibilità  alternative di comunicare in caso di necessità . Eppure i casi di bisogno di comunicazioni alternative non mancano, basti pensare che le comunicazioni in Antartide sono nate e continuano ad esistere grazie alla radio. Anche il sistema internet era davvero poco sviluppato, c’era un sistema di e-mail che accumulava diversi messaggi piuttosto leggeri, di solo testo, e si inviavano questi messaggi quotidianamente tutti insieme, si può di fatto parlare di una sorta di packet, nato proprio da quelle nostre esperienze di sperimentazioni digitali.

Per quanto riguarda il mio ruolo di medico della missione avevo come supporto un sistema di telemedicina piuttosto artigianale basato su una piattaforma di netmeeting però presentava molte difficoltà  legate alle reali necessità : avevamo molte apparecchiature che però dovevano essere gestiti da personale qualificato, noi invece eravamo solo due medici, chirurgo e anestesista ed un infermiere a mezzo servizio. Mancava il tecnico radiologo per esempio…

F: Parliamo dell’internazionalità  della vita antartica. C’era e in che forma avveniva la comunicazione con le altre missioni antartiche?

M: C’è sempre stato un grosso interscambio e ci siamo trovati veramente a vivere senza frontiere, avevamo interscambi scientifici, di personale e anche di supporto. Facemmo un soccorso ad una nave russa che aveva lanciato un SOS per  un ferito a bordo, probabilmente in seguito ad un atto di ammutinamento interno. Ci fu un ufficiale  ferito da una martellata in testa. La situazione era piuttosto grave, aveva una probabile emorragia cerebrale, noi provvedemmo ad evacuarlo in quanto ci trovavamo nel settore più vicino, parliamo di diverse centinaia di Km, da dove si trovava la nave. Tant’è vero che  noi raggiungemmo prima il punto più vicino con gli elicotteri e poi loro ci portarono questo ferito su un gommone, poi con l’elicottero lo portammo in una valle dove nel frattempo era atterrato un aereo, un Twin Otter, con il quale lo trasportammo in una base americana, la Mc Murdo, dove c’era sempre la possibilità  di far atterrare questi aerei leggeri. Lì era sempre presente un grosso jet americano pronto a partire, il ferito fu poi portato in Nuova Zelanda  dove gli furono prestati i dovuti soccorsi.

Fu una bella avventura, dovemmo fare un volo a bassissima quota per non causare problemi ulteriori alla situazione già  grave del ferito.

F: Ogni giorno era dunque un’avventura, era difficile conciliare l’attività  radioamatoriale?

M: In mezzo a tutto questo la voglia di trasmettere non mancava mai. Tra l’altro avevamo i nostri corrispondenti, primo tra tutti IK8OZZ Luigi, che aveva una bella stazione, oltre ad avere una posizione geografica molto particolare, lui si trova sotto il Vesuvio e questo a mio avviso gli procurava un’ottima riflessione dei segnali verso la nostra zona. Era una cosa spettacolare, era l’unico ad avere un segnale sempre forte e presente e riusciva anche a riceverci quando altri non ci riuscivano. Lui aveva un gran bell’impianto con un’antenna Delta Loop!

Riuscivamo a comunicare anche con mio zio Elio IK7EJH che trasmetteva con 100W e una antenna 3 elementi tradizionale, ci sentivamo quasi ogni mattina in maniera perfettamente intellegibile. Il fatto di ricevere segnali anche da stazioni più piccole ci confortava perché significava che la nostra antenna stava facendo al meglio il proprio dovere.

F: Quindi i test svolti sull’antenna rombica si sono rivelati più che validi.

M: Filippo mi diceva sempre “grande antenna, grande segnale”, è come per noi chirurghi “grande taglio, grande chirurgo”, ora noi chirurghi cerchiamo di fare qualcosa di più piccolo, ma come radioamatori la storiella è ancora validissima, la superficie di cattura è molto importante. L’antenna a lunghezza intera garantisce una perfetta risonanza sulla frequenza voluta per cui ne giova l’efficienza dell’impianto di trasmissione.

F: Abbiamo accennato prima ad orari particolari in cui potevate fare radio, hai detto che in ogni caso usavate solo i 20m, che bene o male garantiscono ottime e durature finestre di apertura. Era lo stesso per voi?

M: No, a noi le finestre erano molto strette, poi la banda si chiudeva proprio. C’era una condizione particolare, la finestra era molto breve. Va tenuto conto che bastava anche variare di poco la posizione per ritrovarsi in una condizione propagativa molto differente.

In prima persona ho avuto la possibilità  di fare piacevolissimi esperimenti mentre mi trovavo in navigazione sull’Italica: per stendere i miei dipoli filari sfruttavo il pennone della nave, che sulle navi cargo non è perfettamente centrato, bensì spostato verso il ponte nella parte posteriore. Quindi la mia antenna a V invertita di fatto non era perfettamente bilanciata perché c’era una sproporzione dei lobi di irradiazione verso la parte anteriore della nave, inoltre la nave era tutta di metallo e la cosa influiva non poco anche in fase di taratura dell’antenna.

Dunque mentre ero in trasmissione succedeva che la nave compisse diversi movimenti, in quanto una delle ricerche consisteva nell’ecoscandagliare il fondale. In queste fasi la nave cambiava spesso posizione e a me cambiava rapidamente la situazione propagativa con forti evanescenze e perdite di segnali. Era davvero un bel gioco rincorrere i vari corrispondenti!

F: L’attività  radiamatoriale in Antartide non è dunque solo un passatempo per regalare new one a qualche altro collega in giro per il mondo, ma è anche un modo per comunicare con amici e parenti.

M: Era difficile passare inosservati in radio e quindi condurre qso sereni con qualche amici in Italia. L’uso del cluster ha reso ormai immediata l’individuazione di una stazione DX su qualche frequenza, per cui dopo poco eravamo subissati di chiamate di tutti i tipi…Meno male c’era Luigi che essendo pratico e avendo la possibilità  di farsi sentire maggiormente organizzava una sorta di net e ci permetteva di collegare più OM possibili senza creare confusione. In realtà  sotto certi aspetti per noi era stancante perché, come ho detto prima, l’attività  radio la facevamo la mattina presto, in più accontentare tutti non era possibile perché il tempo a disposizione era poco e doveva bastare anche per riscaldare i sistemi di potenza.

D’altro canto però era nostra intenzione mantenere in quel modo i contatti con l’Italia e con il resto del mondo, la radio rappresentava un sistema per sentirsi in compagnia perché l’isolamento nella Base spesso pesava.

F: Quanti mesi è durata la vostra missione?

M: La missione è durata 3 mesi e mezzo, sentire le voci italiane, soprattutto, che ti cercavano, ti salutavano e ti ringraziavano mi facevano sentire vicino a casa, devo ringraziare molto Luigi IK8OZZ, perché ha rappresentato un enorme punto di riferimento per tutta la missione in maniera del tutto amichevole e generosa. Se c’era bisogno di avvisare qualche famiglia, di portare notizie, per qualsiasi cosa lui si rendeva disponibile. E con costanza quotidianamente ci ha assistito, non solo in radio ma anche dialogando con le nostre famiglie, rassicurandole e dialogando con loro. E’ stato anche per lui un grosso impegno basato semplicemente sull’ham spirit e su una fraternità  amichevole che solo la radio ha reso possibile col proprio fascino intramontabile.

F: Qual’è il ricordo migliore di questa esperienza?

M: Il ricordo più bello è sicuramente la navigazione con l’Italica. Sulla nave c’è stato radiantismo puro! Avevamo una tecnologia esclusivamente radiamatoriale, un pò vintage in realtà â€¦. Trasmettevo con un vecchio valvolare Yaesu, ebbi l’autorizzazione a montare la stazione in una verandina dove con qualche difficoltà  riuscii a far entrare un cavo proveniente dal dipolo sul pennone della nave.

F: Quanto è durata la navigazione?

M: Un mese e mezzo di distaccamento in mare, poi alla fine tornammo alla Baia di Terranova per recuperare l’altra parte della missione per tornare a casa, attraverso la Nuova Zelanda, dove ci aspettava l’aereo per l’Italia.

Da considerare che Filippo IK0AIH  era rimasto alla Base, per cui dalla nave facevamo una triangolazione in radio tra noi, Filippo e Fabrizio che erano in Base, e gli amici dall’Italia. Spesso per questioni propagative capitava che tra base e nave non ci si ascoltava, ma dall’Italia ci ascoltavano e questo alle volte rimaneva l’unico modo per comunicare con la Base a Baia di Terranova.

In definitiva per me è stata una grandissima esperienza ed una ghiottissima possibilità  di imparare tante cose, innanzi tutto dall’esperienza di Filippo e Fabrizio sulle telecomunicazioni e poi anche per mezzo delle attività  di ricerca, che durante il tempo libero capitava di seguire visitando i vari laboratori.

F: Dopo 6 anni oggi qual’è la situazione nella base italiana in Antartide e cosa è cambiato per il mondo radioamatoriale in quella situazione?

M: Oggi purtroppo la situazione è molto mutata, in peggio sicuramente, Filippo è andato in pensione e Fabrizio è diventato responsabile di TLC della Protezione Civile Nazionale. La loro presenza storica in Antartide ormai è venuta meno e con questa credo la possibilità  di fare radio.

F: A questo punto bisognerebbe tentare di ricreare una presenza radioamatoriale italiana nella base di Baia di Terranova, come è possibile prendere parte ad una missione Antartica?

M: La partecipazione ad una missione Antartica è possibile essenzialmente su tre canali: quello tecnico dell’ENEA o del CNR, la partecipazione attraverso le forze armate che concorrono alla missione in accordo con altri enti statali oppure, sicuramente la più importante, attraverso l’attività  scientifica. Ci deve essere un progetto di ricerca valido approvato e sovvenzionato dall’Università  e dagli enti di ricerca.

La questione che bisogna comprendere è che quando si parla di Antartide si parla della sfida che l’uomo ha lanciato a quella natura ostile. E’, sotto tutti i campi, una lotta alla sopravvivenza, il problema non è più la logistica della missione, perché durante l’estate antartica le temperature sono sopportabili. La questione è trovare il modo e le tecnologie per stabilire un insediamento permanente, le risorse energetiche ed economiche custodite sotto quella terra diventano ogni giorno più preziose e sta diventando una rincorsa per accaparrarsele. L’Antartide è diventata la terra da colonizzare del nuovo millennio.

Per cui l’impiego diretto del radioamatore non credo ci possa essere, se non attraverso la propria attività  professionale.

F: E torniamo al discorso di prima quando si diceva che il radioamatore in quanto tale non è ben visto in quell’ambiente.

M: Ma ciò che non si capisce è che in ogni caso il radioamatore con la sua attività  mette anche e soprattuto in luce la missione. Un radioamatore che trasmette da quei luoghi è ricercato da tutto il mondo e questo non può che accrescere la visibilità  mediatica della missione, di fatto rendendo possibili anche ulteriori finanziamenti.

Riguardo IZ7KHR

Francesco Cozzi ha scritto 1162 articoli in questo magazine..


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