04152013Headline:

7O6T e 6O0CW: considerazioni in ordine sparso

Nel momento in cui queste righe riempiono il monitor, i team di 7O6T (Socotra Island, Yemen) e 6O0CW (Galkayo, Somalia) hanno fatto ritorno a casa. Si tratta, pertanto, del momento maggiormente opportuno – viste la fine delle trasmissioni (che consente il distacco fondamentale per ragionare su una qualsiasi spedizione) e la raggiunta sicurezza degli operatori – per alcune considerazioni su queste due radioavventure, che sicuramente resteranno negli annali della prima metà del 2012.
La prima è legata alla gratitudine che la comunità radioamatoriale deve ai due team, quello russo-americano guidato da Dimitri RA9USU e quello tutto italiano capitanato da Silvano I2YSB, per una scelta indubbiamente dettata dalla passione per il DX, ma che presentava elementi tutt’altro che banali, in sede di valutazione preliminare.
Noi OM, a volte, dimentichiamo la nostra natura di esseri umani. Di fronte a una cartina del mondo vediamo solo i colori della rarità di un Country, dal punto di vista del DXCC. Partendo da questo presupposto, l’attivazione di Yemen e Somalia aveva senso, eccome. Nella classifica 2011 di “The DX Magazine”, la prima delle due entità era al quinto posto mondiale (in discesa di uno, rispetto ai dati 2010), mentre la seconda al quarantesimo (destinata forse a scendere ancora, viste le DXpedition già annunciate nel momento della compilazione della classifica). Due attivazioni dal “peso specifico” molto diverso tra loro (lo Yemen è stato un “miraggio” per decenni in radio, mentre la Somalia non era così anonima), ma comunque d’interesse, specie per i DXer più giovani, che hanno iniziato da poco la loro carriera.
Però, dovremmo tenere a mente anche i colori del “Global Peace Index”, l’indice che – calcolato sulla base di ventitré indicatori principali (tra i quali si annoverano il numero di detenuti, di omicidi, di conflitti interni ed esterni, il rispetto per i diritti umani, l’instabilità politica e l’esportazione di armi) e di trentadue correlati (la partecipazione ai processi politici, il saldo turistico, il tasso di alfabetizzazione, la mortalità infantile e la disoccupazione) – consente di stilare la classifica dei Paesi più sicuri al mondo.

Ebbene, leggendola alla rovescia (alla ricerca, cioè, dei luoghi maggiormente pericolosi), si realizza come la scelta dei nostri colleghi abbia rappresentato un passo che, in tanti, avremmo faticato ad emulare. La classifica 2011 del “Global Peace Index” (realizzata da “Vision of Humanity”) vede infatti come fanalino di coda (alla centocinquantatreesima posizione) proprio la Somalia, che si fregia pertanto della non invidiabile palma di “most dangerous Country on Earth”. Lo Yemen, invece, è “solo” centotrentottesimo, quindi comunque nella top 20 del rischio mondiale.
Forse, impegnati ad inseguire il “new one” di banda o modo, non abbiamo avuto il tempo di riflettere su come, dove si trovavano Silvano e colleghi (per quanto in loco anche per finalità umanitarie), non esista, dal 1991, anno dell’esplosione della guerra civile, un governo con il controllo dell’intero territorio nazionale. Forse, la fatica per passare nel pile-up ci ha spinti a dimenticare e rimuovere l’attacco perpetrato, nel 2010, dalle milizie di al-Shabab ad un hotel, nel quale morirono ben quattro parlamentari. Forse, pensando ai nostri colleghi sulla terraferma, non ci è venuto in mente come, sempre due anni fa, ben quarantanove imbarcazioni che incrociavano nelle acque di fronte al Paese del corno d’Africa siano state oggetto di atti di pirateria, con i 1016 componenti dei loro equipaggi presi in ostaggio.
Pensando allo Yemen, concentrati com’eravamo sul fatto che una licenza radioamatoriale non fosse stata concessa negli ultimi vent’anni (lo avevamo raccontato proprio noi di DXCoffee, grazie a una testimonianza diretta), non abbiamo indugiato con i pensieri sull’evenienza per cui, forse, a livello di violenza di strada la situazione possa essere migliore (a fronte tuttavia di un potenziale di attentati terroristici di 5/5, cioè evento certo), ma che parliamo comunque di un Paese in cui i visitatori, ogni anno, non raggiungono numericamente il 2% della popolazione, in cui l’investimento per l’istruzione dei residenti non supera il 5% del prodotto interno lordo (con un’alfabetizzazione adulta del solo 60%) e ove l’ostilità verso gli stranieri è al quarto livello su una scala di quattro.
Ora, bisogna considerare come situazioni del genere significhino, dal punto di vista concettuale, partire per una spedizione accettando il fatto che la propria incolumità fisica non sia un valore intoccabile e, da quello pratico, prevedere un budget (e pure piuttosto consistente) per vigilanza/addetti alla sicurezza. Ora, a radio spenta, con Somalia e Yemen finalmente a log (i numeri raggiunti dalle due spedizioni lasciano presupporre che tutti i realmente interessati siano andati a segno), facciamo esercizio di onestà intellettuale e chiediamoci se, malgrado passione, determinazione e pure un briciolo di follia radiantistica, avremmo accettato di partire per una di quelle due location.
C’è da scommettere che, in almeno otto casi su dieci, la risposta sarebbe stata “no”. Questo non significa che i team di 7O6T e 6O0CW siano composti da scriteriati incoscienti, noncuranti delle loro famiglie ed affetti, ma restituisce la misura di quanto occorra essere riconoscenti al manipolo di colleghi protagonista delle attivazioni di Socotra Island e di Galkayo. Nel loro consentire a ognuno di noi la conquista di un pezzo in più nel puzzle del DXCC, c’è stata l’implicita accettazione di pericoli di entità ragguardevole.
Alcuni potranno obiettare che imprese del genere valgono ai loro protagonisti una pagina nel libro della storia del radiantismo e che, per un traguardo del genere, qualche rischio valga la pena di essere corso. A costoro va risposto che un OM può a volte mostrarsi inumano (la patente qualifica come operatori, non necessariamente come “brave persone”), ma che se un essere umano smette di essere tale, ahimé non potrà più essere un radioamatore. La responsabilità è la prima vera virtù di un OM e la ricerca dei famosi “fifteen minutes” (anche se in questo caso della durata di una quindicina di giorni) non è sufficiente, malgrado libero arbitrio e motivazioni individuali debbano restare intonsi, a giustificare il venir meno di una condizione di incolumità fisica.
Ecco, il “no” che tanti di noi avrebbero pronunciato, posti di fronte all’interrogativo di vivere un’esperienza del genere, va tenuto a mente pure rispetto alle svariate riflessioni lette, negli scorsi giorni, sulle presunte restrizioni (la formula dubitativa è dovuta al fatto che non abbiamo ancora sentito ufficialmente il team su questo aspetto) nei collegamenti con le stazioni israeliane imposte dalle autorità Yemenite al team di 7O6T.
Partendo dal presupposto fondamentale che il servizio di Radioamatore viene esercitato da un operatore non per investitura divina, ma su concessione di un’entità governativa, a fronte dell’accettazione e del rispetto di norme in cui possono esistere (e, normalmente, ve ne sono, anche se fa più comodo non leggerle) disposizioni specifiche per i contatti con altri Paesi, occorre un approccio oggettivo alla questione. Un’analisi scevra da moralismi a buon mercato e da storture estrose come l’invocazione della cancellazione, ai fini DXCC, della spedizione (espressa comunque e sempre unitamente alla formula di rito “anche se mi dispiacerebbe perdere il mio new one”).

Il DXCC non misura lo stato di democrazia di un’entità, non è Amnesty International
. Esso riconosce che un’attivazione è avvenuta secondo le procedure e i requisiti previsti e la rende valida ai fini del conseguimento del relativo award. Se la licenza è legittima, e la spedizione è stata condotta con tutti i crismi, il riconoscimento è dovuto e nessun altro elemento deve divenire oggetto di valutazione. Se per ottenere la licenza, il team ha dovuto accettare delle condizioni restrittive su alcuni collegamenti, possiamo trovarlo non etico, ma si tratta del nostro punto di vista e non possiamo comunque fingere di dimenticare che, se quelle disposizioni (emanate da un’autorità competente e titolata) non fossero state sottoscritte, non saremmo qui a discutere di 7O6T, perché molto semplicemente la licenza non avrebbe mai lasciato gli uffici del Ministero delle Telecomunicazioni. La politica non deve entrare in radio (dal microfono) – e questo è un principio sacrosanto e da difendere – ma è impossibile, per la natura stessa di un’azione di Governo, che essa non influisca sulla formazione delle disposizioni che regolano la radio (e ciò può non piacere, ma è da accettare, specie quando si è ospiti di un altro Paese).
L’estro e la creatività, tuttavia, sono come un torrente in piena: quando scende a valle, niente e nessuno sono in grado di fermarlo. Per cui, alcuni si sono spinti a suggerire la possibilità, per il team, di non osservare nella pratica, una volta attivata la stazione e lontano dagli uffici ministeriali, le condizioni accettate formalmente, o di ricorrere a stratagemmi più o meno fantasiosi per bypassarle. Al di là del fatto che forse è sfuggito come nello “Yemen Support Team” indicato sul sito della spedizione comparisse anche il “Ministry of Information” della Repubblica Yemenita, e che quindi violare una norma in presenza di un esponente del Governo in persona è minimamente suicida, chiedetevi se, in un luogo dalla situazione come quella descritta poc’anzi, aggiungereste volentieri ai non pochi rischi oggettivi, quello di una sanzione – magari penale – da parte delle autorità, derivante dall’aver posto in essere deliberatamente una condotta fraudolenta. Con la stessa probabilità di prima, la maggior parte di noi pronuncerebbe un “no” che costituisce anche la risposta destinata a chiudere definitivamente la questione.

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